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L'INDUSTRIA CHIMICA IN CIFRE

Dati e analisi per conoscere meglio l'industria chimica

L'obiettivo è rendere disponibili, in modo semplice, le informazioni necessarie per la comprensione delle problematiche dell'industria chimica, del suo ruolo e dei suoi trend evolutivi nel mondo e in Italia. Ogni sezione tratta un argomento specifico accompagnando al testo alcune tavole.

Il ruolo e le sfide per l'industria chimica in Europa

A livello europeo, l’industria chimica è il quarto settore manifatturiero e si integra in una gamma diversificata e complessa di catene del valore producendo oltre 70.000 sostanze.

La chimica europea impiega oltre 1,2 milioni di addetti in forma diretta attraverso circa 31.000 aziende. I posti di lavoro indiretti legati al settore sono circa 3 volte superiori. In tal modo il settore chimico contribuisce in maniera importante al benessere sociale europeo. Considerando l’indotto, si stima che 3,6 milioni di lavoratori in Europa abbiano un impiego collegato alla chimica.

L’industria chimica europea rappresenta un elemento chiave per mantenere una base industriale forte in Europa in quanto fornisce soluzioni tecnologiche innovative a tutti i settori utilizzatori, contribuendo in modo determinante anche alla loro sostenibilità. Per l’Italia questo aspetto è di particolare rilevanza in quanto rappresenta la seconda economia manifatturiera in Europa.

La chimica – intesa non solo come settore, ma anche come tecnologia abilitante – dovrebbe essere al centro della nuova politica industriale europea. Il Piano d’Azione europeo per l’industria chimica rappresenta un segnale nella giusta direzione e risultano apprezzabili le iniziative di semplificazione. Tuttavia, risorse e obbiettivi ambientali dovrebbero assicurare che la transizione ambientale proceda di pari passo con la riconversione industriale.

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Nel 2025 l’industria chimica europea ha generato un fatturato di oltre 620 miliardi di euro, segnando una crescita del 26% rispetto al 2015 (127 miliardi di euro in termini assoluti).

La produzione si concentra prevalentemente sulla chimica organica di base, plastiche e fibre (41%), seguita dalla chimica fine e specialistica (28%), dai prodotti al consumo come cosmetica e detergenza (16%) e da quella inorganica (14%). Nonostante questa solida struttura, l'autonomia strategica del continente è in calo: oggi la produzione UE soddisfa il 70% della domanda interna (rispetto all'80% del 2005), lasciando spazio a un'importazione extra-UE cresciuta fino al 30%.

In questo scenario, l’Italia si conferma un attore chiave, posizionandosi come terzo produttore europeo dopo Germania e Francia e undicesimo a livello globale, inserito in un mercato comunitario fortemente integrato.

La competitività delle imprese italiane ed europee resta tuttavia strettamente vincolata alle politiche energetiche e al quadro regolatorio dell'Unione in materia di salute, sicurezza e ambiente; non a caso, come evidenziato anche dal Rapporto Letta, circa l'80% della legislazione nazionale deriva direttamente dalle decisioni assunte a livello europeo.

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L’industria chimica europea è fortemente integrata nel commercio mondiale sia per l’approvvigionamento delle materie prime, sia per la destinazione dei suoi prodotti. Risente, di conseguenza, in modo rilevante di barriere commerciali, perturbazioni nelle catene di fornitura e divari di competitività.

Più del 35% delle vendite del settore chimico europeo nel 2025 è stato generato da esportazioni verso paesi extra-UE, crescendo di circa 4 punti percentuali rispetto al 2015. In particolare, gli Stati Uniti rappresentano il primo mercato di sbocco per i prodotti chimici europei al di fuori dell’UE con circa 38 miliardi di export.

La spinta protezionistica alimentata dall’Amministrazione statunitense nelle relazioni commerciali, anche nei confronti dell’UE, e il crescente ruolo della Cina potrebbero portare a una riorganizzazione delle catene del valore anche per il settore chimico, con rischi in termini di efficienza produttiva.

L’attuale visione strategica dell’Unione europea prevede la ricerca di mercati alternativi e la promozione di nuovi accordi commerciali di libero scambio, anche con importanti partner commerciali per l’industria chimica europea come Brasile (accordo Mercosur) ed India. Tali negoziazioni, ancora in corso o già concluse, non possono però prescindere da opportune garanzie e da una politica europea a favore della competitività industriale e di una domanda locale più sostenuta.

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In merito ai flussi in entrata, circa il 60% delle importazioni chimiche dell’Unione europea risulta fortemente concentrato in soli cinque Paesi, con Cina, Stati Uniti e Regno Unito nel ruolo di principali partner commerciali.

Tra questi, la Cina si attesta ormai stabilmente come il primo Paese fornitore, avendo raggiunto nel 2025 un valore di export verso l'UE pari a circa 34 miliardi di euro, in aumento del 113% rispetto al 2020.

Questa espansione rappresenta una dinamica di natura strutturale, sostenuta da una competitività di costo difficilmente eguagliabile nel continente europeo. Tra il 2005 e il 2025, infatti, le aziende cinesi hanno potuto contare su sussidi e sostegni pubblici da tre ad otto volte superiori rispetto a quelli erogati nei Paesi OCSE, con l'industria chimica emersa come il settore principale, insieme all’acciaio, beneficiario di tali risorse.

In risposta a questo scenario di forte pressione competitiva e di pratiche commerciali talvolta sleali, l'Unione europea ha intensificato le proprie contromisure: oggi si stima che il 23% di tutti i provvedimenti di difesa commerciale attivi nell'UE sia rivolto al settore chimico, e ben il 63% di questi sia diretto specificamente nei confronti della Cina. Le misure di difesa commerciale devono però necessariamente considerare una logica di filiera per evitare che i dazi spostino semplicemente il problema sul successivo anello della catena del valore.

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La chimica rappresenta un settore di specializzazione dell’industria europea, da sempre caratterizzato da un ampio avanzo commerciale in grado di contribuire al benessere dell’UE e all’equilibrio negli scambi commerciali.

Nel 2025 il surplus commerciale si è attestato a 36,2 miliardi di euro, posizionandosi sostanzialmente in linea con i valori medi di lungo periodo. Questo risultato è maturato in un contesto operativo ancora complesso, penalizzato da un lato dal prolungato ristagno della domanda industriale sul mercato europeo, e dall'altro dal clima di incertezza generato dalle politiche commerciali degli Stati Uniti, sempre più orientate verso impostazioni di stampo protezionistico.

A fronte dell’avanzo della chimica specialistica e di consumo, il saldo della chimica di base si mantiene in territorio negativo. In termini di composizione geografica, il bilancio risulta in disavanzo con l’Asia mentre si conferma in surplus con tutte le altre principali aree.

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Negli ultimi vent’anni la quota di valore della produzione chimica europea sulle vendite globali è diminuita dal 25% al 13%, riflettendo non solo la crescita più lenta del mercato locale, ma anche un deterioramento di competitività. Nel 2025, inoltre, la ripresa della produzione chimica europea (in valore) ha subito un ulteriore freno, dopo il forte rallentamento del 2023. A pesare sono stati la guerra in Medio Oriente, le tensioni tra USA e Cina e la debolezza generalizzata della domanda globale.  

La perdita di attrattività europea si riflette sugli investimenti, fattore chiave per assicurare lo sviluppo futuro migliorando contestualmente la produttività e la sostenibilità ambientale. Nell’ultimo decennio la chimica europea ha evidenziato una ripresa, seppur altalenante, degli investimenti; tuttavia, altre aree mondiali mostrano un maggiore dinamismo. Ne risulta una perdita, da parte dell’UE, di 9 punti percentuali nella sua quota di investimenti a livello globale negli ultimi 20 anni.

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Tra i fattori che penalizzano la competitività europea è particolarmente critico il costo dell’energia e delle materie prime.

L’etilene è il più grande “building block” dell'industria chimica, alla base di molti materiali quali plastica, detergenti e vernici. Dopo la rivoluzione dello shale gas, produrlo in Europa (dove la materia prima è la virgin nafta, un derivato del petrolio) è diventato più costoso non solo rispetto al Medio Oriente, ma anche agli Stati Uniti.

Il divario di costo rappresenta una, ma non l’unica, criticità alla base di una preoccupante ondata di razionalizzazioni nella chimica europea. Dal 2022 la perdita di capacità connessa alle chiusure annunciate di impianti chimici europei è aumentata di sei volte, portando con sé una riduzione di 37 milioni di tonnellate corrispondente al 9% della capacità produttiva europea (Roland Berger per Cefic).

Nello stesso periodo gli investimenti in capacità produttiva in Europa sono scesi dai 2,7 milioni di tonnellate del 2022 ai soli 0,3 milioni rilevati nel 2025. L’impatto netto tra chiusure e investimenti è negativo soprattutto per la chimica di base e le materie plastiche a fronte di una maggiore stabilità per le specialità chimiche. 

Sulle decisioni di investimento, oltre al costo dell’energia, in Europa pesa un quadro normativo che genera extra-costi asimmetrici rispetto ai concorrenti.

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Le imprese chimiche sono consapevoli che, per alimentare la competitività del settore e affrontare con successo la transizione ecologica, la ricerca riveste un ruolo essenziale.

L'Europa è tra le regioni leader per spesa in R&S nel settore chimico, classificandosi come il secondo maggiore investitore regionale nel settore chimico (in termini di spesa in R&S in percentuale sul totale delle vendite chimiche), dopo gli USA. Inoltre, gli addetti dedicati alla ricerca sono il 7,0% a fronte di una media manifatturiera pari al 4,5%.

La chimica europea investe in R&S oltre 10 miliardi di euro e l’intensità di ricerca nel 2023 ha invertito la rotta assestandosi ad un’incidenza del 1,6% del fatturato negli ultimi anni. Le nuove frontiere tecnologiche (quali la chimica circolare, le nanotecnologie e le biotecnologie) contribuiranno sempre più a dare nuovo slancio alla ricerca.

Di fatto, l’Europa è pioniera di innovazione nel settore chimico, con oltre 6.500 brevetti concessi nel 2025 dall’Ufficio Europeo dei Brevetti e attiva anche all'estero, classificandosi al secondo posto per brevetti chimici concessi negli Stati Uniti nel 2022 (Cefic e Advancy).

Anche la Cina punta a rafforzare la sua capacità innovativa: le spese di R&S superano i 18 miliardi di euro, ma con un’incidenza sul fatturato (0,8%) decisamente inferiore alla media europea.

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